La Siria… ancora
È marzo, eppure nulla si è calmato. Tutt’altro, direi.
L’ONU non condanna completamente, perché alle sue risoluzioni pongono il loro veto quelli che possono: Cina, Russia e Cuba, sebbene non mi spieghi le “ragioni” (ammesso che gli altri due ne abbiano e ne dubito) quest’ultima…
Ma cosa deve succedere ancora? No, dico, cosa ancora oltre a tutti questi mortammazzati?
Sì l’ho amata assai la Siria e non mi stanco di ribadirlo. Ma non c’entra questo.
E, forse, non c’entra nemmeno la religione, ma solo il potere. La religione è sempre, o quasi, una scusa.
Oggi ho trovato questo passo, nel libro che sto leggendo Leggere Lolita a Teheran (di Azar Nafisi), che è ambientato negli anni della rivoluzione e subito dopo:
Il proprietario era un armeno (…) c’era un cartello a caratteri cubitali che non riesco a dimenticare: MINORANZA RELIGIOSA. Tutti i ristoranti gestiti da non musulmani erano obbligati a esporre quel cartello bene in vista, così i buoni credenti, che consideravano impuri i fedeli delle altre religioni e non avrebbero mai mangiato dagli stessi piatti, erano avvisati.
Spesso, dunque, è un fatto di cecità.
Detto questo come si fa a non notare che siamo immobili, ancora, un’altra volta, davanti a un massacro filmato, fotografato, di cui abbiamo prove e testimonianze?
Possibile, davvero è possibile che si abbia il coraggio di buttare fango sulla storia e ammettere candidamente che non ci abbia insegnato nulla, dalla Bosnia al Ruanda, per nominare i crimini più recenti, ai quali abbiamo lasciato spazio perché i massacri avvenissero senza che nessuno dicesse basta, puntando il dito?
Niente, nessuno impara ed io non so i perché. Ma parlo di un perché che abbia senso, non di petrolio, religione, potere etc…
Assad è tornato da Londra per fare questo? Ma chi comanda davvero? C’è qualcuno dietro di lui?
Giorni fa, su twitter, scopro – tramite radio24 – che padre Paolo Dall’Oglio (nella foto quissù) sta provando ad avvisare che, in Siria, si sta rischiando di ripetere il Ruanda.
Padre Paolo l’ho incontrato. Correva giu dalle scale del “suo” monastero Deir Mar Musa, fuori Damasco. È lui, un francescano, che si occupa della “gestione” del monastero, tentando di facilitare l’incontro tra religioni così apparentemente diverse, ma molto simili, per certi versi. Basta volerli vedere.
Siamo tutti bravi a commuoverci. È facile. Ma almeno singhiozzate e urlate il vostro sdegno.
Spero di non sentirvi piangere, dicevo, tanto per fare sentire che siete commossi. Non basta.
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